L’INFLAZIONE: A CHI GIOVA?
Il 16 ottobre 2026 l’Istat ha pubblicato l’indice nazionale dei prezzi al consumo per il mese di settembre 2026, dal quale si rileva un incremento dell’inflazione che sale al 4,2%. Tale accelerazione viene motivata perlopiù con l’andamento dei prezzi degli Energetici (1).
L’inflazione è l’aumento generalizzato e continuativo del prezzo di beni e servizi in un sistema economico che provoca una diminuzione del potere di acquisto della moneta in un determinato periodo di tempo. L’aumento dei prezzi diminuisce la quantità delle cose che possiamo acquistare con i nostri soldi; per questo si dice che l’inflazione riduce il valore della moneta.
I tre principali tipi di inflazione sono classificati in base alla loro causa economica.
L’Inflazione da domanda si verifica quando la richiesta complessiva di beni e servizi da parte dei consumatori, delle imprese e dello Stato supera la capacità dell’offerta di produrli. I prezzi salgono perché molte persone vogliono acquistare gli stessi beni disponibili.
L’inflazione da costi è causata dall’aumento dei costi dei fattori di produzione, come le materie prime, l’energia o i salari dei lavoratori. Per mantenere i margini di profitto, le aziende aumentano i prezzi di vendita dei prodotti.
L’Inflazione da eccesso di offerta di moneta avviene quando la quantità di denaro stampata e in circolazione cresce più rapidamente della ricchezza reale e della produzione di beni, riducendo il valore della moneta stessa.
Esiste anche la deflazione quando avviene una diminuzione generalizzata dei prezzi, misurata dal calo dell’indice dei prezzi al consumo. A parità di valore nominale con la stessa banconota si possono acquistare più beni e servizi rispetto al passato.
L’inflazione viene calcolata dall’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) mediante la selezione di centinaia di beni e servizi, il cosiddetto “paniere”, che include auto, elettrodomestici, viaggi, tecnologia e affitti. Il loro prezzo viene monitorato regolarmente e con i dati raccolti viene creata una media ponderata per determinare l’indice dei prezzi e la sua variazione percentuale nel tempo.
Tuttavia la media statistica non è la spesa di ciascuna famiglia perché se una parte consistente del proprio reddito viene speso in voci che hanno subito rincari superiori alla media (come mutui, affitti o cibo), l’inflazione “personale” sarà più alta di quella ufficiale. Inoltre l’inflazione percepita, quella che pesa sul portafoglio, è quasi sempre più alta di quella ufficiale.
In Italia, l’inflazione penalizza principalmente i lavoratori dipendenti con contratti in ritardo di rinnovo, i pensionati con assegni medio-alti colpiti dalla limitata rivalutazione, le famiglie a basso reddito e i risparmiatori con somme liquide ferme sul conto corrente. Anche i creditori o le banche subiscono una perdita di potere d’acquisto poiché il valore reale del denaro che hanno prestato, diminuisce con l’aumento dell’inflazione.
Nel rapporto annuale 2026 l’Istat registra una perdita del potere di acquisto dell’8,6%, partendo dall’anno 2019. Anche nel ceto medio il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e allo stesso tempo le prospettive economiche per il 2026 restano tuttora condizionate dall’aggravarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno determinato negli ultimi mesi una forte risalita dei prezzi energetici (2).
I soggetti che traggono vantaggio dall’inflazione sono:
– lo Stato con un debito pubblico di 3.095,5 miliardi di euro alla data del 31.12.2025 (3) perché l’inflazione ne riduce il valore reale rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL) e allo stesso tempo fa aumentare le entrate fiscali nominali, (tramite l’IVA e le imposte dirette);
– coloro che hanno preso a prestito del denaro con un mutuo o un finanziamento a tasso fisso perché restituiscono una somma il cui valore reale e il cui potere d’acquisto sono diminuiti nel tempo;
– produttori e commercianti perché riescono a rincarare i prezzi di vendita prima che aumentino i costi delle materie prime e dei salari, incrementando momentaneamente i margini di profitto;
– I proprietari di beni reali, perché chi possiede immobili, terreni, metalli preziosi o azioni spesso vede aumentare il prezzo nominale di questi beni, che tendono a proteggere il capitale dalla perdita di valore della moneta.
La relazione tra inflazione e distribuzione della ricchezza con la necessità di un modello sociale incentrato sulla persona è un tema centrale nel dibattito economico e sociologico contemporaneo. Il suo impatto sulla diseguaglianza è ampiamente documentato da economisti e istituzioni finanziarie che spesso si riferiscono a questo fenomeno come a una “tassa regressiva” che colpisce in modo asimmetrico le diverse fasce della popolazione.
La transizione verso un modello economico alternativo resta una delle sfide più complesse dei nostri tempi, che richiede un difficile equilibrio tra l’efficienza dei mercati globali e la tutela della dignità umana.
Pertanto occorrerà pensare ad un modello sociale che ponga al centro:
il benessere equo e sostenibile, la salute, l’istruzione e la qualità delle relazioni sociali;
la garanzia di salari minimi adeguati al costo della vita e meccanismi di protezione sociale per evitare che l’inflazione o le crisi economiche spingano ampie fasce di popolazione sotto la soglia di povertà;
l’utilizzo della leva fiscale per redistribuire le risorse, tassando maggiormente le rendite finanziarie e i compensi fuori misura, in modo da finanziare i servizi pubblici essenziali, sanità, scuola e trasporti.
Uno di noi
Domenico Sangiovanni
Fonte: (1) Istat – comunicato stampa del 16.10.2026; (2) RAI NEWS.IT – rapporto annuale 2026 – in data 21.05.2026; (3) La Discussione “.Debito pubblico a 3.095,5 miliardi nel 2025” di Stefano Ghionni in data 16.02.2026.
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