LA FABBRICA DEI BISOGNI
La situazione dell’Italia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale era drammatica e di assoluta povertà. Il Paese usciva dal conflitto profondamente devastato, sia dal punto di vista materiale che sociale ed economico.
La produzione agricola era crollata, causando una gravissima scarsità di grano, latte e carne. Le fabbriche erano prive di materie prime e di fonti energetiche.
Il miracolo economico italiano, avvenuta tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, è stato un periodo di trasformazione eccezionale, guidato dalla forte determinazione collettiva di lasciarsi alle spalle la miseria. Il motore psicologico e sociale di quegli anni è stato il forte desiderio di riscatto, che ha spinto milioni di italiani a lavorare con dedizione assoluta per costruire un futuro migliore. Il lavoro a testa bassa ha trasformato l’Italia da paese agricolo e arretrato in una delle principali potenze industriali del mondo.
Tale periodo viene caratterizzato dalla prevalenza della quantità sulla qualità e dalla manipolazione operata per i consumi di massa con l’influenza dei mass-media.
Successivamente la globalizzazione ha radicalmente trasformato il mercato, perché almeno nella prima fase, le aziende puntavano sulla delocalizzazione per abbattere i costi e offrire prodotti a prezzi stracciati. A lungo andare la saturazione dei mercati ha dimostrato che competere solo sul prezzo è una corsa al ribasso insostenibile nel lungo periodo, sia per i margini aziendali sia per l’impatto ambientale.
Nel frattempo i consumatori sono diventati più consapevoli perché oltre al prezzo basso, hanno cominciato a chiedere anche l’affidabilità del prodotto, la sostenibilità e la durabilità. Il prodotto di scarso valore viene sempre più percepito come uno spreco.
Oggi il mercato è saturo di beni di consumo, creando una evidente spaccatura tra i prodotti di massa con quelli a prezzi inaccessibili per la maggior parte delle persone.
I mass media e la pubblicità hanno un ruolo fondamentale in tutto questo perché creano costantemente bisogni, stili di vita ideali, status e felicità in un sistema economico con le risorse distribuite in modo disuguale che lascia inappagati i desideri della maggior parte della gente.
Le varie piattaforme fanno da vetrina per mostrare costantemente standard di consumo elevatissimi come se fossero la normalità, facendo passare il messaggio che sei ciò che possiedi o che mostri di possedere.
Quando un sistema economico premia il valore effimero della griffe rispetto al valore d’uso del bene si attiva un meccanismo che i sociologi e gli economisti chiamano “consumo vistoso” o “paradosso di Veblen”.
In un mercato ideale, il prezzo di un bene dovrebbe riflettere il costo di produzione, l’innovazione e l’utilità che offre. Quando il prezzo è determinato quasi esclusivamente dai brand si crea una bolla di valore artificiale con l’impiego di risorse intellettuali impegnate a creare uno status symbol, anziché migliorare la qualità reale della vita o l’efficienza dei prodotti. Una camicia di marca da 500 € non dura nel tempo 10 volte più di una da 50 €. La differenza di prezzo paga unicamente l’illusione di un’identità o di un privilegio.
A livello individuale ognuno di noi rischia di diventare complice di questo sistema. La società spinge le persone a definire il proprio valore personale attraverso ciò che possiedono, non attraverso ciò che sono. Questo genera frustrazione finanziaria, spingendo alcune persone a spendere oltre le proprie capacità per mantenere uno standard di vita che non potrebbe permettersi, indebitandosi o rinunciando a beni essenziali come casa, salute e istruzione pur di acquistare beni effimeri.
Quando la maggioranza della popolazione fatica a pagare le bollette o l’affitto, vedere l’ostentazione di beni dai prezzi esagerati e privi di un reale valore intrinseco crea un profondo senso di ingiustizia. La ricchezza smette di essere vista come il premio per il lavoro o l’innovazione, e diventa sinonimo di speculazione e vanità.
In un sistema economico che smette di redistribuire benessere reale e si limita a vendere status simbolici a pochi eletti, la base della società perde fiducia nelle istituzioni e nel mercato. Il risultato è la polarizzazione, la rabbia sociale e, nei casi più estremi, la protesta violenta.
Uno di noi
Domenico Sangiovanni
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