I PROCESSI IN TELEVISIONE
I processi dibattuti in televisione con maggiore assiduità hanno riguardato i seguenti casi:
– Chiara Poggi, uccisa a 26 anni il 13 agosto 2007 nella sua villetta a Garlasco (Pavia). Dopo complesse vicende giudiziarie, il fidanzato Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni di carcere.
Il caso è tornato al centro dell’attenzione nel 2025 per nuovi accertamenti investigativi;
– Liliana Resinovich è stata uccisa la mattina della sua scomparsa, il 14 dicembre 2021. La superperizia medico-legale guidata dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha escluso l’ipotesi del suicidio. La donna è stata vittima di una violenta aggressione e assassinata per soffocamento, causato da una specifica manovra compressiva al collo. Il suo cadavere è stato ritrovato il 5 gennaio 2022 nascosto in due sacchi neri nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste;
– Pierina Paganelli uccisa la notte del 3 ottobre 2023 nel garage di casa con 29 coltellate. Per l’omicidio l’unico indagato è Louis Dassilva, 34enne senegalese vicino di casa della vittima, arrestato il 16 luglio e trasferito nel carcere di Rimini. A scoprire il corpo senza vita della 78enne, nel garage del comprensorio di via del Ciclamino, era stata il mattino del 4 ottobre la nuora della vittima, Manuela Bianchi, che aveva subito allertato i soccorsi. Arrivati sul posto i sanitari non avevano potuto far altro che constatare la morte dell’anziana . A quasi due anni dal delitto, lunedì 15 settembre si è aperto il processo.
Questi casi sono stati ampiamente dibattuti nei tanti salotti televisivi con ospiti illustri, che a vario titolo hanno sostenuto le loro tesi con una logica espositiva dei fatti capace di fare leva sulle emozioni, frammentando le certezze collettive che in tanti casi portano a sconcerto e polarizzazione nell’opinione pubblica.
Quando personaggi pubblici, analisti o media espongono tesi basate su interpretazioni distorte o parziali, si genera inevitabilmente sconcerto. La narrazione dei fatti il più delle volte viene strutturata per confermare tesi predefinite, riducendo in tal modo lo spirito critico e la capacità di dialogo.
La polarizzazione si alimenta sui social media, dove le tesi estreme vengono amplificate, creando una divisione netta tra fazioni contrapposte, lasciando spazio allo scetticismo e alla disinformazione.
Per contro un’informazione etica e corretta basata su fonti verificate, garantirebbe una comprensione oggettiva della realtà e svolgerebbe un ruolo cruciale nella società, promuovendo la trasparenza, arginando la disinformazione e permettendo alle persone di comprendere appieno le cose di cui si discute.
Pertanto il contributo di tali trasmissioni alla ricerca della verità è quasi nullo perché il loro meccanismo si basa sulla polarizzazione e sulla spettacolarizzazione, trasformando questioni complesse in arene conflittuali. Il fine ultimo è massimizzare l’audience e vendere spazi pubblicitari per fare profitto con i soldi nostri, al netto dei compensi erogati a tutte le persone coinvolte in tali format televisivi.
Ma quali sono le conseguenze per le persone che si trovano al centro di tali situazioni? Innanzitutto un danno reputazionale permanente, perché l’immediatezza e la viralità della comunicazione digitale fanno sì che le accuse distruggano la vita personale, lavorativa e sentimentale dei malcapitati, al punto di rendere il loro reinserimento sociale quasi impossibile. Inoltre la giustizia sommaria dei social che opera come un tribunale parallelo sovverte il principio per cui un individuo è innocente fino a prova contraria, trasformando gli imputati in colpevoli agli occhi dell’opinione pubblica. La costante ricerca di maggiore consenso crea una verità mediatica alternativa a quella processuale.
Alla fine di tutto nessun ristoro economico potrà mai risarcire le ripercussioni sulla vita personale della vittima e dei suoi familiari, sulle relazioni, sui progetti e interessi compromessi. E infine, da non sottovalutare la difficoltà di ricominciare a vivere, la sofferenza e il dolore come conseguenza di una ingiusta privazione della libertà (1).
Pertanto un bilanciamento tra il diritto di cronaca e verità processuale va assolutamente ricercato, posto che magistratura e libertà di informazione sono due pilastri dello Stato costituzionale di diritto. A tal proposito anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ammesso che la violenta campagna mediatica nuoce ai processi, privando così gli imputati delle garanzie procedurali e diffondendo un desiderio di condanna, sfociando nell’inevitabile errore. Troppo spesso l’arresto crea clamore, mentre la correzione dell’errore resta in silenzio.
Nel frattempo anche noi possiamo fare la nostra parte per interrompere il flusso di denaro pubblicitario che alimenta la disinformazione e allo stesso tempo accresce lo strapotere mediatico. Rifiutandoci di acquistare prodotti pubblicizzati in programmi controversi si invia un segnale diretto alle aziende, poiché i budget pubblicitari vengono costantemente rimodulati in base alla percezione del pubblico e al ritorno di immagine.
Uno di noi
Domenico Sangiovanni
Fonte: (1) “Vite distrutte e una costante gogna mediatica: gli errori e la spettacolarizzazione della giustizia” di Marzia Amaranto in data 17.10.2023.
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